I migliori client Facebook alternativi (seconda parte)

Nel precedente articolo abbiamo già esaminato i punti critici dell'applicazione ufficiale di Facebook, proponendo ed esaminando alcune alternative. Quest'oggi proseguiremo nell'esaminare alcune  delle applicazioni restanti. Super Lite Questa è l'applicazione più leggera e minimale del lotto, di fatto incapsula il sito mobile all'interno di un applicazione Android, dal peso di 6.52 MB,  priva di qualsivoglia personalizzazione e con un banner pubblicitario in fondo allo schermo abbastanza fastidioso. Di fatto è semplicemente un alternativa al semplice sito mobile che a mio parere rimane però preferibile, non essendo più aggiornata da tempo. Simple Simple è stato uno dei client che ho usato di più, non perchè sia in assoluto il migliore ma per il semplice fatto che è una delle poche applicazioni in circolo sul play store a supportare il dual window del mio Lg G Flex 2. L'applicazione è ben curata sia graficamente che lato delle prestazioni, funziona molto bene anche su modelli non recentissimi. Non presenta problematiche particolari, se non quelle riscontrate anche in altre app quali Phoenix, per esempio nello scorrimento delle foto che non possono essere scorse se visualizzate a schermo intero, rispetto a quanto riportato per Phoenix in Simple non si riscontrano problemi con la pubblicazione dei post. Come molte delle app esaminate supporta la gestione dei messaggi evitandoci così l'installazione di FB Messanger. Tutto ciò rientra nella media dei client Facebook, ma questa app ha ancora un asso nella manica, la gestione dei preferiti. È presente nella barra degli strumenti un piccolo tasto che aggiunge una determinata pagina ai preferiti, non a tutti a primo impatto è chiara l'utilità di questa funzione quindi vi riporterò un paio di esempi. Immaginate di essere estremamente interessati ad una pagina che avete appena scoperto e volete esaminarla con più calma in un secondo momento, per non rischiare di dimenticarvi il nome potete aggiungerla ai preferiti. Oppure immaginate di visitare spesso una particolare pagina o profilo, aggiungendolo ai preferiti avrete sempre a disposizione.  L'unico neo è riscontrabile nella ricerca che non è iterativa. Lo spazio occupato non è da record 17.30 MB. Se il launcher lo supporta sono presenti le scorciatoie con long press. Mini Invasiva. Ecco come definirei quest'app. Ogni volta che l'aprirete chiederà la valutazione sul play store anche se avete già risposto di non volerla dare, oppure propone altre applicazioni dello stesso sviluppatore, come Mini for Instagram. Di default (se concedete i permessi) l'app monitora le chiamate in entrata segnalandovi con una "notifica" flottante la chiamata in arrivo, sovrapponendosi al vostro dialer, da cui potrete rispondere o terminare la chiamata, a dir poco fastidioso. Presenta delle modalità di gestione energetica, una boots mode che difatto sembra solo aumentare la velocità di scorrimento della home page, e una battery mode che di fatto non sembra portare significativi vantaggi in termini di risparmio energetico. È presente un menu hamburgher con varie opzioni tra cui le impostazioni dell'app oppure la navigazione tra messaggi e news feed piuttosto inutile e ridondande essendo prevista anche la classica barra di navigazione di Facebook. Altro punto a sfavore è lo spazio occupato di ben  30,16 MB, che di sicuro la farà scartare a molti possessori di smartphone con qualche annetto sulle spalle. Passando alle funzionalità extra fornite da questa app, che sono la vera arma a sua disposizione, è da segnalare il comodo il tasto per il downlod dei media (foto e video) e l'apertura dei link in-app usando un long press.

L'evoluzione di Keybase, smartphone e chat a portata di click

Circa due mesi fa abbiamo parlato di Keybase e abbiamo visto come sia possibile verificare la propria identità e quella dei nostri amici online e di come memorizzare e scambiare documenti cifrati in totale comodità attraverso questo servizio. Keybase è un progetto giovane ed in continuo sviluppo, basti pensare che fino a pochi mesi fa non esistevano nè KBFS, nè l'applicazione per pc, ma il suo team di programmatori sembra non arrestarsi mai. Dall'ultima volta che ne abbiamo parlato infatti è stata rilasciata l'applicazione mobile, disponibile gratuitamente sia per Android che per iOS, che, proprio come per la versione Desktop, permette di comunicare in modo cifrato e sicuro con qualsiasi altro membro della community. [ Immagine presa dal Play Store in quanto, per questioni di sicurezza, all'interno dell'applicazione non è possibile effettuare screenshot ] A differenza di quest'ultima però, da mobile non è ancora possibile navigare tra i propri documenti, ma è disponibile un servizio di messaggistica completo. Oltre alla crittografia end-to-end infatti sarà possibile raggiungere una determinata persona attraverso lo username di uno qualsiasi dei suoi profili social collegati, senza dover inserire nè email nè numero di telefono. Inoltre, per una maggior sicurezza, essendo lo smartphone uno strumento più soggetto a furti rispetto ad un pc, la passphrase verrà richiesta ad ogni apertura dell'applicazione. L'altra grande novità arriva sotto forma di estensione per Chrome e permette di effettuare chat private e cifrate con gli utenti Keybase direttamente dai loro profili social. Infatti, una volta installata, su ogni profilo Facebook, Twitter, Reddit, Hacker News e tutti quelli supportati dalla piattaforma, sarà disponibile un tasto blu che permettereà di iniziare una chat con quella persona. Nel caso quest'ultima non fosse iscritta a Keybase, sarà comunque possibile inviarle messaggi cifrati, facendo notare al destinatario che sarà necessario iscriversi al portale per poterli leggere. Sulla documentazione ufficiale è disponibile inoltre una piccola sezione F.A.Q. che ne descrive in breve il funzionamento, puntualizzando che Keybase non è in grado di leggere i messaggi inviati poichè cifrati end-to-end (il che assicura che i messaggi inviati possano essere letti solo da te e dalla persona con cui stai comunicando) e descrivendone la sicurezza trattandosi semplicemente di un'estensione che delega la cifratura e l'invio del messaggio all'app installata sul pc. 

I Bitcoin spiegati a mio padre - la moneta virtuale

“Il Bitcoin è una valuta virtuale bla bla bla...“. Su internet si trovano moltissimi articoli sui Bitcoin, la maggior parte dei quali inizia più o meno così, che cercano di riassumere un argomento molto ampio in poche righe. Così ho deciso di creare la rubrica “I Bitcoin spiegati a mio padre”, il cui scopo è cercare di spiegare il mondo che ci sta dietro in modo chiaro ed esaustivo.Tornando alla definizione iniziale, per capire cosa sono i Bitcoin, dobbiamo capire cos’è la moneta virtuale, e quindi: cos’è la moneta virtuale? È una forma di denaro digitale. E cos’è il denaro digitale? Il denaro digitale è un tipo di moneta elettronica che esiste solo online. Ma allora cos’è il la moneta elettronica? (questa Matrioska pare non finire più...) La moneta elettronica Ok, finalmente abbiamo risalito la corrente e quindi, per capire qualcosa in più, partiamo dalla sua definizione tecnica; la Commissione europea definisce così la moneta o denaro elettronico (in inglese e-money): “Un valore monetario rappresentato da un credito nei confronti dell'emittente che sia memorizzato su un dispositivo elettronico, emesso previa ricezione di fondi di valore non inferiore al valore monetario emesso e accettato come mezzo di pagamento da soggetti diversi dall'emittente” che, detto in parole povere, è “l'equivalente in forma digitale del denaro contante, memorizzato su un dispositivo elettronico” Un esempio tipico di moneta elettronica è il portafoglio elettronico (chiamato anche Smart Card o Carta prepagata), tramite il quale è possibile eseguire piccoli pagamenti usando un account personale ad esso associato. Il portafoglio elettronico consente ad un individuo di eseguire transazioni monetarie (online o in un negozio fisico) tramite l'uso di dispositivi elettronici, come computer o smartphone o carte elettroniche. Di portafoglio ne esistono due tipologie: device-based: attraverso l'utilizzo di dispositivi elettronici dotati di tecnologia Near Field Communication (NFC), presente anche su alcuni smartphone, si può eseguire una transazione in modo molto semplice: appoggiando il device su un lettore si effettua il pagamento. internet-based: concede all'utente la possibilità di creare un proprio profilo a cui associare uno o più strumenti di pagamento come carte di credito o conti correnti bancari. Per effettuare un acquisto online basterà accedere con le credenziali del proprio profilo, senza dover fornire i dati della carta al sito e-commerce. PayPal o Google Wallet ne sono due classici esempi. Torniamo al denaro digitale... Abbiamo detto che il denaro digitale è una forma di denaro elettronico, quindi un mezzo tramite il quale possiamo effettuare pagamenti online. Ma allora perchè chiamare in modo differente la stessa cosa? Perchè una differenza c’è: mentre il denaro elettronico si basa sul fatto che la cifra presente sulla carta prepagata corrisponde a quanto versato in banca, e che quindi al pagamento o alla ricezione di denaro il capitale viene aggiornato, il denaro digitale invece è una forma di pagamento che sostituisce le normali banconote, e che può essere utilizzato per eseguire transazioni solo su internet. Di fatto, non esiste la corrispettiva valuta fisica. Una delle prime società ad usare la moneta digitale è stata la E-gold, fondata nel 1996 e che faceva uso del Digital gold currency (DGC), una forma di valuta privata, e quindi indipendente dalle agenzie governative, basata sui metalli preziosi. La sua caratteristica stava nel fatto che, a differenza di una moneta cartacea nazionale soggetta ad inflazione, un grammo di oro digitale aveva lo stesso valore in tutti i paesi del mondo in quanto l'oro è universalmente accettato in base al peso, non importa da quale fonte provenga. Un altro esempio è stata Liberty Reserve, fondata nel 2006, le cui valute erano il Liberty Reserve Dollars e il Liberty Reserve Euro, avente il loro equivalente in Dollaro(USD) e Euro(EUR). Entrambe furono chiuse dal governo degli Stati Uniti per riciclaggio di denaro. La valuta virtuale Rimane però un problema: gli esempi appena descritti, nonostante fossero già qualcosa di più astratto rispetto ad una classica valuta nazionale, si basavano su qualcosa di materiale come l’oro, mentre, per quanto riguarda la valuta virtuale, la storia è diversa, in quanto a conti fatti si tratta solo di un insieme di numeri senza una tangibilità.Ma andiamo con ordine: le valute virtuali appartengono alla categoria delle monete digitali, quindi valute create e controllate da un team di sviluppatori indipendenti ed sono utilizzate tra membri di una specifica comunità virtuale. Queste valute non hanno nessun vincolo giurisdizionale, perchè non hanno legami con una Banca Centrale o Enti pubblici ma possono essere legalmente accettate tra tutte le persone che decidono di usarle come mezzo di pagamento.Esse possono essere generate, immagazzinate o scambiate elettronicamente, il tutto senza il bisogno di organi che facciano da tramite. Al mondo ne esistono una quantità enorme, ma sono quasi un centinaio quelle con un reale utilizzo, tutte sviluppate da team differenti e con obbiettivi e caratteristiche differenti, se non per una cosa in comune: tutte usano un sistema crittografico, sia per la generazione che per la transazione delle stesse. Per questo vengono chiamate criptovalute. Al tempo stesso però sono valute pubbliche, in quanto il codice sorgente è presente su GitHub, e chiunque può analizzarne il contenuto alla ricerca di falle o di possibili raggiri, o, perchè no, forkarne il progetto per crearne una valuta nuova. La prima ad aver preso piede, nonchè la più famosa è il Bitcoin. Per ora è tutto. Per scoprire tutto sulla storia del Bitcoin, come viene generato e perchè funziona, non vi resta che aspettare il prossimo articolo. Alla prossima.

[TaskerTime] Gestione automatica della geolocalizzazione

Android dispone di tre modalità di Geolocalizzazione, a Basso Consumo, che utilizza solo la rete internet, solo GPS e ad Alta Precisione che utilizza entrambe le tecnologie. Ovviamente "maggior precisione" implica un maggior consumo di batteria, di conseguenza tendiamo a disattivare totalmente la Geolocalizzazione quando non ne abbiamo bisogno (Android tra l'altro, dalla versione 6.0 ha introdotto un comodissimo tile nel pannello notifiche per far questo). Così facendo però perdiamo qualsiasi informazione legata alla nostra posizione, come può essere il meteo, le notifiche di Google riguardanti il traffico, a volte addirittura il conteggio dei passi e dei tragitti che facciamo. La soluzione potrebbe essere quindi quella di impostarne la modalità manualmente di volta in volta, ad esempio attivando la modalità ad alta precisione quando utilizziamo Google Maps e impostando quella a basso consumo altrimenti. Soluzione però che ci costa qualche tap in più e risulta decisamente scomoda. E se vi dicessi che tutto questo è facilmente automatizzabile con Tasker? Ebbene sì, il tutorial di oggi parlerà proprio di come automatizzare la precisione del sistema di Geolocalizzazione di Android in modo da impostarne un comportamento personalizzato per-app. Per quasi un anno ho utilizzato il plugin per Tasker Secure Settings che permette di modificare determinate impostazioni di sistema grazie ai permessi di root. Solo ultimamente ho approfondito un altro plugin, AutoTools che, tra le altre cose, permette di modificare queste impostazioni senza root, previo un piccolo comando via ADB per fornirne i permessi sufficienti. Innanzitutto avremo bisogno quindi sia di Tasker che del plugin AutoTools. Una volta installato quest'ultimo dovremo fornirgli i permessi via ADB. Per fare questo dovremo prima abilitare questa interfaccia, acronimo di Android Debug Bridge, che permette di collegarsial dispositivo Android da PC via riga di comando, seguendo questi passaggi: abilitare il Menù Sviluppatore toccando ripetutamente la voce Numero Build (Build Number) nella pagina Impostazioni -> Informazioni Dispositivo abilitare il Debug USB dal Menù Sviluppatore appena sbloccato raggiungibile dalle Impostazioni installare ADB sul proprio PC A questo punto sarà sufficiente collegare il dispositivo al PC e digitare il comando adb shell pm grant com.joaomgcd.autotools android.permission.WRITE_SECURE_SETTINGS dalla shell. [ Maggiori informazioni sono disponibili alla pagina ufficiale dedicata ai permessi di AutoTools ] Passiamo ora al task vero e proprio che di per se è molto semplice. L'obiettivo è quello di collegare un'azione che modifica la precisione del GPS ad un evento di tipo Applicazione come è possibile vedere nell'immagine seguente. Per quanto riguarda l'utilizzo di plugin in Tasker il procedimento è tale e quale l'inserimento di un'azione "standard", la cui configurazione sarà delegata al plugin. Nel nostro caso avremo bisogno di un'attività di tipo AutoTools Secure Settings in cui imposteremo la Geolocalizzazione ad alta precisione come task in ingresso per il nostro evento e a basso consumo in uscita. Nell'esempio riportato avrete notato anche la presenza di azioni aggiuntive non trattate fin'ora. Si tratta di un'opzione che trovo molto comoda e che permette di modificare il timeout del display impostandolo a mezz'ora all'apertura delle applicazioni impostate e ripristinandolo a un minuto all'uscita da queste, in modo da non dover continuamente preoccuparmi di toccare lo schermo per mantenerlo attivo.

I migliori client Facebook alternativi (prima parte)

Molti di voi avranno riscontrato come il sottoscritto che l'applicazione ufficiale di Facebook non fa faville sotto molti punti di vista. Uno degli aspetti sotto la critica degli utenti è lo spazio di archiviazione occupato. Per chi possiede un top di gamma di ultima generazione questo non è certo un problema ma per chi ha uno smarphone con qualche anno sulle spalle o che comunque ha uno spazio di archiviazione interno ridotto è un problema non da poco. Inoltre altro motivo di critica è l'eccessivo battery draining. Questo aspetto potrebbe interessare anche chi è in possesso dei top di gamma che dopo un uso intenso non hanno più l'autonomia di un tempo. In ogni caso l'installazione di un client facebook non potrà fare miracoli, ma sicuramente un piccolo risparmio di batteria lo noterete. Infine le prestazioni, una problematica che ha poco senso per gli smarphone moderni, ma nel caso usaste ancora un vecchio modello potrebbe essere importante avere qualcosa di snello e veloce. Le app presenti sul Play Store sono moltissime, per fare una scrematura iniziale mi sono basato sulle recensioni degli utenti. Ecco quindi le app provate: Metal Friendly Lite Simple Swipe Maki Swift Phoenix Mini Silm Social Oltre alle app sopra citate e alle altre che potrete trovare nello store, l'alternativa più semplice ed immediata è quella di usare il browser, non richiedendo spazio aggiuntivo ed essendo già preinstallato su ogni telefono. Analizeremo i seguenti punti: Prestazioni, anche su vecchi telefoni Spazio occupato Interfaccia, ad esempio la ricerca, la pubblicazione di un post, news feed ecc... Se sono presenti tutte le funzionalità che servono ad es caricamento foto, visualizzazione video ecc... Facebook Lite La versione lite di Facebook è il rimedio di Zuckerberg per venire incontro a quegli utenti che possiedono  uno smartphone poco prestante o che hanno un piano dati con pochi giga a disposizione. Originariamente pensata per i paesi in via di sviluppo dove oltre a queste condizioni si aggiungono anche reti non molto performanti, è quindi una delle app più leggere del lotto. Sicuramente da questo punto di vista compie appieno il suo dovere, tanto da poter essere installata su un preistorico Samsung Galaxy Ace con a disposizione ben 150MB di memoria, occupando appena 8.29MB. L'interfaccia ha una grafica molto semplice ed essenziale, di sicuro questo contribuisce a rendere più leggera l'app ma la cura nei dettagli lascia molto a desiderare , come ad esempio il menu per inserire le reaction che a mio parere è un po spartano. La visualizzazione delle gallerie fotografiche è ben fatta, si possono scorrere tutte le foto all'interno di un album anche a schermo intero ed i tasti per interagire con esse come, mi piace, commento ecc. sono sempre visibili in fondo allo schermo. Bisogna però specificare che non è possibile visualizzare le immagini a 360°. La barra di ricerca non ci permette di visualizzare i risultati in maniera iterattiva mentre scriviamo. Un'aspetto da non sottovalutare è la possibilità di gestire seppur in maniera basilare i messaggi, con anche il supporto a emoj e sticker, così da poter evitare di installare Facebook Messanger. Da sottoliniare che malgrado la leggerezza l'app anche su dispositivi moderni i caricapenti per passare da una pagina all'altra sono abbastanza lenti. Friendly A prima vista Friendly è l'applicazione meglio riuscita tra quelle provate, la grafica è molto ben curata, proponendo un layout diverso da quello di Facebook lite. Troveremo infatti la barra di navigazione in fondo allo schermo, anche se è possibile riportarla nella posizione classica. Le personalizzazioni dell'interfaccia sono numerose, oltre alla possibilità di cambiare tema, sono disponibili anche una modalità notturna ed una per gli schermi amoled che modificano l'interfaccia rendendola di colore nero. La barra di ricerca, mostra i risultati in tempo reale però perde la visualizzazione della cronologia. Molto comodo è il tasto posto in cima al news feed per poter modificarne la visualizzazione. Ad esempio sarà possibile passare alla modalità post più recenti, oppure attivare un filtro per parola chiave. Inoltre è presente un browser in-app per aprire i link esterni all'applicazione. Come in Facebook Lite è disponibile la chat. Tutte queste funzionalità aggiuntive hanno ovviamente un costo in termini di spazio , difatti l'app pesa 28,54MB, venti in più rispetto a Facebook Lite. Ovviamente non è tutto oro quel che luccica e anche quest'app non è perfetta, la visualizzazione degli album fotografici non è molto efficente, aprendo una foto essa non verrà direttamente visualizzata a schermo intero ma bisognerà aprirla manualmente premendo il tasto subito sotto la foto, come avviene sulla versione mobile del sito. Inoltre una volta aperta a schermo intero non sarà possibile scorrere le foto. Non è disponibile il supporto alle immagini a 360°. Altro aspetto negativo riguarda la pubblicazione di post nei gruppi, l'area di testo visualizzata è minuscola e scorrendo verso il basso per visualizzare il contenuto del post attiveremo inavvertitamente l'aggiornamento della pagina perdendo quello che abbiamo scritto. Sono presenti alcune feature addizionali che danno un plus a questa applicazione, come la possibilità di inserire un codice di blocco all'accesso ed un adblocker (a pagamento) che impedirà la visualizzazione dei post sponsorizzati.  Phoenix App molto leggera pesa infatti solo 10,24 MB. La ricerca è la meglio riuscita tra quelle presentate finora difatti mostra sia la cronologia sia i risultati in tempo reale. La grafica dell'interfaccia è pulita ed ogni post è incorniciato in modo da rendere la letturà più piacevole, il menu delle reaction è stato rimpiciolito risultando molto piacevole all'occhio. Come per Friendly è possibile personalizzare layout e tema anche se alcune delle opzioni sono a pagamento, ed è disponibile un ad blocker, per ora in versione a pagamento. Le analogie con friendly continuano anche per i difetti sia per quanto riguarda la visualizzazione delle foto che per la pubblicazione dei post, in questo caso addirittura peggiore perchè gli stessi problemi che troviamo in friendly ma oltre che per i gruppi lo stesso problema si ripresenta anche nell'aggiornamento dello stato del nostro profilo. Inoltre la chat non sarà presente in prima funzione nella barra di navigazione, la si potrà trovare nel menu altro insieme ad altre voci come la possibilità di ordinare il news feed con i post più recenti.

Git, GPG e la firma dei Commit

Qualsiasi hosting per repository Git, che sia GitHub, GitLab, Bitbucket o altro, richiede l'inserimento di una password o la presenza di una chiave - se si usa SSH - al momento del push di qualsiasi modifica effettuata. Ma allora perchè dovrei addirittura firmare i miei commit con una chiave PGP? Di fatto, una persona con sufficienti privilegi è in grado di modificare qualsiasi commit o, addirittura, compromettere il nostro account ed effettuare modifiche a nostro nome. In questi casi la certezza assoluta - a meno che non sia il nostro PC ad essere compromesso [1] - si ha solo attraverso la firma dei commit effettuati. Se pensate che tutto ciò sia un po' da paranoici probabilmente avete ragione, ma vi consiglio di dare una lettura a questa Git Horror Story scritta da Mike Gerwitz. Detto questo vediamo ora come firmare i nostri commit di Git utilizzando gpg (o gpg2), presenti nei repository ufficiali di Debian e Ubuntu. Per chi non avesse mai utilizzato uno di questi due tool sarà necessario prima di tutto generare una nuova coppia di chiavi attraverso il comando gpg2 --gen-key. Il programma chiederà dunque di inserire il vostro nome reale, l'email a cui associare le nuove chiavi e una passphrase che verrà richiesta al momento dell'utilizzo della chiave. È importante assicurarsi che l'indirizzo email inserito sia lo stesso con cui siete iscritti al servizio online - ad esempio GitHub - in caso contrario i vostri commit non verranno considerati verificati sulla piattaforma. Una volta generate dovreste ottenere una schermata simile a quella qui sopra. Utilizziamo quindi l'ID della coppia appena generata (gli ultimi 8 caratteri), nel nostro caso ECD810FF, per esportare la chiave pubblica attraverso il comando gpg2 --armor --export ECD810FF e copiamo tutto il blocco di testo risultante, comprese le righe contententi -----BEGIN PGP PUBLIC KEY BLOCK----- e -----END PGP PUBLIC KEY BLOCK-----. Restano soltanto due passaggi per ultimare il procedimento, il caricamento della chiave sul nostro profilo GitHub e la configurazione locale di Git. Per quanto riguarda il primo passo basterà accedere a GitHub e inserire una nuova chiave GPG in Settings > SSH and GPG keys. Passiamo ora alla configurazione di Git. Ci serviremo dell'ID della chiave per specificare a Git quale utilizzare per firmare i commit attraverso il comando git config --global user.signingkey ECD810FF. Per firmare il commit sarà quindi sufficiente aggiungere il parametro -S a git commit, ad esempio git commit -S -m "Woah! A signed commit!". N.B. Nel caso in cui dovessimo ricevere un errore del tipo  gpg: saltato "ECD810FF": la chiave segreta non è disponibilegpg: signing failed: la chiave segreta non è disponibileerror: gpg non è riuscito a firmare i datifatal: scrittura dell'oggetto di commit non riuscita Sarà necessario specificare il programma per la gestione delle chiavi attraverso il comando git config --global gpg.program "gpg2" (sostituendo gpg2 con il tool utilizzato). Allo stesso modo per firmare tag e release sarà sufficiente utilizzare il comando git tag -s nometag. Chiaramente è possibile verificare le firme attraverso il parametro -v per i tag e --show-signature per i commit. git log --show-signature ci mostrerà quindi la history del repository mettendo in risalto i commit firmati. È inoltre possibile effettuare merge "controllati" attraverso il parametro --verify-signatures, vale a dire che il comando git merge --verify-signatures verrà eseguito solo se tutte le modifiche risulteranno firmate.  Infine possiamo rendere totalmente automatica la procedura per la firma di commit e tag , in modo da poterci dimenticare di aggiungere i parametri -S e -s nei comandi. Per far questo basterà aggiungere un'ulteriore configurazione a Git attraverso il comando git config --global commit.gpgsign true. [Screenshot e comandi per la guida sono stati effettuati su una repository di test raggiungibile qui] [1] In questo caso non avete altra scelta che piallare il PC e stare più attenti la prossima volta.