home Svapo


Svapo: TC, VW e Bypass/Meccanico

Nell'articolo precedente abbiamo visto la distinzione tra tiro di guancia e polmonare e tra atomizzatori rigenerabili e non. Oggi invece vediamo un'ulteriore distizione tra le sigarette elettroniche, che prende in considerazione la modalità con cui viene fornita potenza alla resistenza. Le prime sigarette elettroniche erano infatti a voltaggio fisso, semplicemente era sufficiente premere il tasto di erogazione senza preoccuparsi di altro. Con l'evoluzione di questi dispositivi e soprattutto l'avvento del sub-ohm (quindi l'utilizzo di resistenze sotto l'ohm) si sono diffuse le cosiddette box a wattaggio variabile - VW -, batterie che permettono di regolare l'erogazione espressa in Watt. Si tratta della modalità più diffusa, presente praticamente su tutte le box, e più semplice da usare poichè tutte le testine sul mercato specificano il range di Watt entro le quali essere usate.     Accanto a questa modalità troviamo il Controllo di Temperatura, il TC, che permette di regolare, invece che la potenza erogata, la temperatura massima che la resistenza può raggiungere, con l'effetto di avere un tiro più regolare, che non aumenta di intensità al passare dei secondi. Bisogna notare però che questa modalità non è utilizzabile con tutte le resistenze. Questo perchè le resistenze più utilizzate sono costruite in Kanthal A1, una lega metallica caratterizzata da un'alta resistività e resistenza all'ossidazione. Queste caratteristiche garantiscono una maggior stabilità della resistenza nel momento in cui viene scaldato, dilatandosi in modo pressochè impercettibile all'aumentare della temperatura, permettendo quindi di trascurare la differenza di resistività nel tempo. Il controllo di temperatura invece deve essere effettuato con resistenze di metalli con una bassa resistività, che quindi sono caratterizzati da una dilatazione non trascurabile all'aumentare della temperatura. Ed è proprio questa dilatazione che sta alla base del TC, permettendo alla box, attraverso appositi calcoli, di regolare automaticamente la potenza erogata nell'istante di tempo in modo da mantenere costante la temperatura.     Infine, oltre a queste due, troviamo quella che concettualmente è la più semplice, la modalità Bypass. Questa infatti non permette di regolare nessun parametro e la potenza erogata viene lasciata nelle mani della legge di Ohm, in base al voltaggio della batteria ed al valore della resistenza. Il risultato sarà quindi quello di avere un'erogazione più potente con batteria carica, che andrà via via calando man mano che si scarica la batteria. Questa è anche la modalità con cui funzionano le box meccaniche, caratterizzate dall'assenza di un chip di controllo. Queste box e questa modalità impongono una conoscenza ancora maggiore, poichè se con una box elettronica è possibile andare oltre la potenza erogabile dalla batteria stessa mediante l'utilizzo di accumulatori ed altri componenti elettronici del chip, su un meccanico (o una box in modalità Bypass) è necessario considerare lo spessore del filo ed il suo materiale al fine di non ottenere una resistenza troppo "dura a scaldarsi". Per concludere faccio un ultimo appunto sulle box meccaniche. Facendo due calcoli infatti, considerando il voltaggio nominale della batteria pari a 3.7V, con una resistenza di 0.1 ohm la box erogherebbe ben 115.60W, ben superiore alla potenza erogabile da qualsiasi box elettronica monobatteria.   Se invece considerassimo una resistenza da 0.3 ohm, un valore molto comune anche nelle testine preconfezionate per tiro polmonare, un meccanico erogherebbe 38.53W, che potrebbero risultare insufficienti per scaldare correttamente la resistenza, quando con una box elettronica monobatteria possiamo raggiungere anche i 75/80W. La conclusione vien da sè: sui meccanici dobbiamo riuscire ad abbassare il più possibile la resistenza, raggiungendo valori incredibilmente bassi (0.2 - 0.1 omh). Bisogna però prestare moltissima attenzione, perchè finora non abbiamo considerato l'amperaggio di scarica, vale a dire l'intensità di corrente che nell'unità di tempo percorre il circuito. Ogni batteria infatti ha una capacità massima di scarica che non deve MAI essere superata per evitare di incorrere in sfiammate o esplosioni, cosa che invece viene controllata dal circuito in una box elettronica che all'occorrenza è in grado di bloccare l'erogazione. Si ringrazia Gregorio per le foto delle varie modalità.

Sigarette elettroniche: sigle e differenze

Fino a un paio di anni fa la sigaretta elettronica era la classica stilo, stretta e allungata, che tutti conosciamo. Che fosse Justfog, Ovale o Cloudia l'obiettivo era sempre quello di avere un prodotto che assomigliasse il più possibile ad una sigaretta "analogica" e di contenere il più possibile le dimensioni. Poi qualcosa è cambiato e accanto alle "classiche" sono comparse box sempre più grandi e con molte più funzionalità ed oggi chi si avvicina per la prima volta al mondo dello svapo si imbatte in una varietà incredibile di hardware che rende complicata la scelta del primo acquisto. In realtà però possiamo fare chiarezza distinguendo diverse categorie, ognuna identificata con una sigla e con target differenti. MTL e DTL Iniziamo con queste due sigle, che stanno rispettivamente per Mouth To Lung e Direct To Lung, e rappresentano la differenza più evidente tra le sigarette elettroniche, perchè distingue la tipologia di tiro per cui è stata costruita. Per MTL si intende infatti il classico tiro "di guancia", quello delle sigarette e delle pipe per intenderci, un tiro chiuso, con poca aria in ingresso, caratterizzato da una poca produzione di vapore e un'elevata resa aromatica. Per DTL invece si intende il tiro "di polmone", paragonabile a quello di un narghilè e caratterizzato da un'alta produzione di vapore e da molta aria in ingresso. Si tratta del tipo di svapo che sta andando per la maggiore ultimamente cavalcando l'onda del cloud chasing e indirizzato quindi alla produzione di "grandi nuvoloni".   Bisogna sottolineare che la differenza sostanziale a livello di hardware per queste due categorie sta nella resistenza, che ne condiziona però l'intera box. Per un tiro di polmone abbiamo infatti la necessità di usare una resistenza molto più bassa rispetto al tiro di guancia (parliamo di 0.1ohm~0.75ohm per DTL e 1ohm~2+ohm per MTL), in modo che la batteria riesca ad erogare più potenza che permette di scaldare di più la resistenza e vaporizzare quindi più liquido. Vige infatti la legge di Ohm, da cui si ricava che la potenza (Watt) è data dal quadrato della differenza di potenziale (Volt) fratto la resistenza (Ohm). E se fissiamo quindi i Volt a 3.7 (valore nominale delle batterie LiPo o IMR più comuni) vediamo come, per una resistenza da 1.8omh (quindi di guancia) la potenza erogata è pari a 7.61W, mentre con una resistenza da DTL da 0.3ohm vengono erogati 45.63W di potenza.   Di conseguenza per il tiro di polmone avremo bisogno di batterie molto più spinte (e grosse) e di atomizzatori più ariosi per evitare un eccessivo surriscaldamento della resistenza (e quindi più grossi). RBA, RTA, RDA e RDTA Vediamo ora un'altra distinzione fra gli atomizzatori, non più suddivisi per tipologia di tiro ma per il "rapporto" con resistenze e liquidi. Per quanto riguarda i liquidi esistono due tipologie di atomizzatori, i Dripper e i Tank. Per tank si intendono i più diffusi atomizzatori con un contenitore per il liquido, il tank appunto, che attraverso delle asole permette un afflusso di liquido continuo alla resistenza. Per dripper invece si intendono gli atomizzatori privi di tank e che hanno bisogno di essere alimentati manualmente ogni 4/5 tiri gocciolando il liquido direttamente sulle resistenze. Ultimamente è stata introdotta una nuova tipologia che potremmo definire un'evoluzione del dripper classico. Stiamo parlando dei Bottom Feeder, dripper caratterizzati da un pin positivo (quello che farà contatto con il polo positivo della batteria) forato, che permette, grazie ad apposite box, di essere collegato ad una boccetta di liquido da premere - "squonkare" - per bagnare le resistenze. Vediamo ora la distinzione che viene fatta prendendo in considerazione le resistenze: anche qui troviamo due macrocategorie con alcune ulteriori specializzazioni. Gli atomizzatori più comuni sono quelli con le testine intercambiabili, le cosiddette head coil. Si tratta di resistenze preconfezionate inserite in un corpo metallico in modo da renderne semplice il ricambio. Ovviamente le resistenze hanno una "vita", un periodo di tempo espresso in quantità di liquido vaporizzabile oltre il quale perdono in termini di resa o sanno di bruciato per via dei residui che si accumulano sulle spire e del cotone che si degrada. È la soluzione più comoda in quanto è sufficiente svitare la testina vecchia e inserire quella nuova per poter tornare a svapare.   Contrapposti agli atomizzatori a testine abbiamo i cosiddetti rigenerabili, vale a dire atomizzatori che dispongono di torrette metalliche (positive e negative) che permettono di inserire resistenze homemade. Si tratta di una soluzione più complessa, non certo per i principianti e che prevede manualità e tempo a disposizione, ma che offre un'altissima personalizzazione in base al tipo di svapo desiderato. Per rigenerare un atomizzatore di questo tipo sarà infatti necessario "avvitare" il filo in modo da creare le spire delle resistenze previo il calcolo della resistività in base al materiale del filo, allo spessore dello stesso, al numero di spire e di resistenze in parallelo, per poi procedere all'aggiunta del cotone. Della categoria dei rigenerabili fanno parte tutti quegli atomizzatori la cui sigla inizia per R (Rebuildable). Abbiamo quindi RBA che li accomuna tutti (ReBuildable Atomizer), che si distinguono in RTA, RDA e RDTA. La T sta per Tank, vale a dire quegli atomizzatori forniti di un contenitore per il liquido, mentre la D sta per Dripping.   Infine, anche per quanto riguarda quest'ultima distinzione, si stanno diffondendo degli atomizzatori con una doppia funzionalità, vale a dire che offrono la possibilità di utilizzare le testine preconfezionate, offrendo anche un deck per essere utilizzato come rigenerabile. Si ringrazia Gregorio per parte dell'hardware mostrato in foto.

La sigaretta elettronica: il risultato di un'incomprensione linguistica

Non ci sono dubbi, ormai il fenomeno della sigaretta elettronica si sta diffondendo sempre più, tanto da essere diventato una moda. Sempre più persone infatti si avvicinano a questo mondo, che sia per smettere di fumare, per curiosità o perchè fa figo fare cloud chasing e sempre più spesso la vediamo protagonista di articoli, servizi televisivi, ricerche - spesso contrastanti - e gossip. Il principale motivo di tutte queste discussioni a riguardo è sicuramente dato dal fatto che ad oggi, per lo meno in Italia, non esistano leggi che la differenzino dalla sorella analogica e che ne metta in risalto la sua natura completamente differente. Nata infatti come un'alternativa alla classica bionda e orientata a "far smettere di fumare", nel giro di pochissimi anni si è completamente trasformata, fino a diventare un oggetto che non ha nulla a che vedere con la sigaretta, se non il nome. Un nome che ricorda l'obiettivo per cui è nata, ma che al tempo stesso le rifila tutti i pregiudizi dell'analogica in aggiunta al classico "buu è elettronica, chissà che schifo ci mettono dentro, fa sicuramente male". Più consono invece sarebbe utilizzare il nome che le viene attribuito in ambito medico e di ricerca, quello di vaporizzatore personale.   Ed è proprio questa la differenza sostanziale, perché di fatto il fumo emesso altro non è che vapore, prodotto dal cambiamento di stato di una soluzione composta da glicerina vegetale, glicole propilenico, aromi alimentari e talvolta acqua. Tutte sostanze amorfe per il corpo umano che vengono vaporizzate grazie ad una resistenza a contatto con del cotone imbevuto del liquido e alimentata da una batteria. Benefici? Ce ne sono tanti. A partire dall’eliminazione della componente cancerogena del fumo di sigaretta non essendoci combustione, del cattivo odore sui vestiti e dell’alito pesante. Contro? A breve termine (ad oggi gli studi vengono effettuati su periodi di uno o due anni) non ne sono stati trovati. Si tratta peró di una nuova tecnologia, che in 5 anni ha fatto passi da gigante e ne farà ancora, e questo spesso risulta motivo di disinformazione - o errata -, fatta circolare attraverso test effettuati su hardware "di generazioni precedenti".   Ma non sono qui per parlarvi dei pro e dei contro di questa fantomatica sigaretta elettronica, quanto per dimostrare quanto sia differente dall’omonima analogica. La definirei piuttosto una pipa di altri tempi, futuristica. Una pipa, non una sigaretta da prendere dal pacchetto, fumare compulsivamente in due minuti e gettare a terra. Un oggetto che invece prevede una fase di "studio" e di "ricerca" che precede quella dell'utilizzo vero e proprio, basata su tutti i suoi componenti, a partire dai liquidi, fino ad arrivare alla resistenza, agli ohm, ai watt e al tipo di tiro. La similitudine con la pipa qui calza quindi a pennello: dove da una parte c'è la scelta del tabacco, con la sua stagionatura e aromaticità, dall'altra troviamo la scelta dei liquidi, degli aromi e delle densità in base al momento della giornata e dove da una parte c'è la scelta del legno e dei materiali con cui è costruita la pipa, dall'altra c'è la scelta della resistenza, del metallo con cui costruirla, di quanti watt darle e di conseguenza della batteria per alimentarla. Insomma, se per le bionde si parla di vizio, qui si deve parlare di hobby, di passione, perchè l'elettronica di sigaretta non ha proprio niente, se non il nome.